TV e Internet, incontri e problemi
La nuova proposta di riassetto del sistema radiotelevisivo italiano allo studio
del Governo impone riflessioni sulla banda larga e utilizzo del protocollo IP.
Aldilà delle polemiche politiche riguardanti la riforma del mercato televisivo, il nuovo governo ha puntato a due
obiettivi forti: aprire il mercato e garantire maggiore pluralismo. Per raggiungerli, il ministro Gentiloni ritiene
necessario superare le annose questioni della pubblicità e delle frequenze, e intervenire con un nuovo quadro di
regole per il passaggio alla televisione digitale, in modo da normare il mercato sia per il digitale terrestre (DTT) sia
per la banda larga.
Lo sviluppo indispensabile
Superare l'attuale stallo nel mercato televisivo implica un grande sviluppo tecnologico, almeno secondo le intenzioni del
ministero delle Comunicazioni esplicitate nell'annunciata riforma del sistema televisivo. L'obiettivo di questa riforma
è la moltiplicazione dell'offerta televisiva, condizione per il raggiungimento di un maggior pluralismo e una
miglior qualità: grande apertura, quindi, alle innovazioni tecnologiche, a partire dal DTT per arrivare alla banda
larga. Via libera anche alle cosiddette "media company", obiettivo dichiarato di aziende come Telecom e Fastweb che hanno
già cominciato a muoversi in questa direzione. In futuro, insomma, non ci sarà più un mercato
televisivo da controllare, ma un unico mercato dei contenuti, fruibili da più piattaforme e con strumenti
interscambiabili.
La questione della piattaforma
La televisione del futuro proporrà al telespettatore una ricca scelta di canali tra i quali scegliere, ma sarà
innanzitutto una competizione tra piattaforme di supporto diverse: l'analogico infatti sparirà definitivamente il 30
novembre 2012 (scadenza fissata per la conversione al digitale), per lasciare spazio al digitale terrestre, al digitale
satellitare e alla banda larga. Da qui la necessità di arrivare ad una regolamentazione del settore per non ripetere
gli errori del passato: Pay TV e canali Pay-per-view dovranno rispettare il limite del 20% per ogni gruppo di
appartenenza, mentre i gruppi con più di due canali nazionali (Rai e Mediaset) hanno l'obbligo di trasferirne uno
entro 15 mesi dall'approvazione definitiva della legge sul digitale terrestre (e/o sulle altre piattaforme digitali), mentre
non potranno più effettuare trading delle frequenze per le reti digitali. Il diritto d'accesso all'infrastruttura a
banda larga è stato disciplinato in modo da consentire a tutti i soggetti titolari di un'autorizzazione generale per
servizi televisivi lineari di accedervi. In virtù di questa riforma, secondo il governo, si libereranno per la prima
volta in Italia quantità significative di frequenze che potranno essere ridistribuite.
I problemi da risolvere
La maggior apertura all'innovazione tecnologica applicata al mercato televisivo pone anche altri problemi: uno strumento
fondamentale per le televisioni, l'Auditel, rischia di essere obsoleto nella rilevazione degli indici d'ascolto. Spazio
quindi alle rilevazioni effettuate da soggetti sia pubblici sia privati che potrebbero utilizzare, per esempio, la
rilevazione del traffico IPTV, per arrivare a risultati più precisi ed affidabili. Novità si prospettano
anche per la pubblicità: le tv che assumono una posizione dominante, ovvero i soggetti che occupano il 45%
delle risorse, non saranno multate o sanzionate, ma dovranno ridurre l'affollamento orario della pubblicità, per
consentire un reale effetto ridistributivo.
Banda larga: successo o ritardo?
Si è detto che l'utilizzo della banda larga è uno dei punti cardine della riforma televisiva, ma lo stato
attuale del broadband in Italia desta qualche preoccupazione. Dopo anni di sbandierati successi nella penetrazione e nella
diffusione della banda larga nel nostro Paese, ora si alza qualche voce istituzionale critica. Indubbiamente i passi in
avanti sono stati notevoli negli ultimi cinque anni, ma la crescita del broadband è stata del tutto asimmetrica, con
il risultato di creare due Italie divise tecnologicamente.
La preoccupazione europea
Durante la recente audizione al Senato, il commissario europeo per la società dell'informazione e dei media, Viviane
Reding, è intervenuta molto duramente sull'argomento, definendo "inadeguato" il livello di copertura della banda
larga nel nostro Paese. Secondo il commissario UE, la copertura della banda larga, ossia la superficie del paese in cui sono
disponibili connessioni in banda larga, è pari all'87%, una percentuale molto più bassa della media
dell'Unione Europea ed ovviamente inadeguata per lo sviluppo di applicazioni avanzate. Nonostante un miglioramento in termini
di penetrazione della banda larga, con un tasso del 13,2%, l'Italia resta comunque sempre al di sotto della media dei
quindici Stati membri nei quali il tasso medio di penetrazione è superiore al sedici per cento (16,6%).
Città e campagna
Addirittura, il territorio coperto da banda larga sarebbe inferiore rispetto a quello indicato, almeno secondo diverse
associazioni di consumatori. Il problema è che a fronte di città mediamente ben servite e con ampia
disponibilità di scelta tra vari provider, le zone provinciali sono state lasciate indietro, e solo alcuni, pochi,
interventi pubblici sono riusciti parzialmente a coprire il gap con le aree urbane. La copertura nelle zone rurali è
nettamente inferiore alla media (44% contro 65%), ma anche interi quartieri di grandi città come Roma, o
Genova, sono impossibilitati ad attivare l'Adsl a causa della scarsità di doppini in centrale.
Investimenti scarsi
D'altronde, la percentuale degli investimenti connessi alle tecnologie per l'informazione e comunicazione sul totale della
ricerca e sviluppo è solo leggermente inferiore alla media europea (25%), mentre gli investimenti complessivi
in ricerca e sviluppo da parte delle imprese è meno della metà della media (0,3%). In questo settore
meno investimenti in ricerca si trasformano quasi sempre in minor competitività. La riduzione degli investimenti
privati nella ricerca è dunque particolarmente preoccupante, in quanto rischia di compromettere la solidità
del settore e, nel lungo termine, la competitività italiana (ed europea) rispetto ad altre regioni del mondo. In una
prospettiva di mercato unico e globale dell'entertainment, aldilà delle polemiche pro o contro Mediaset, l'Italia
rischia di rimanere indietro sia sul versante dei contenuti sia su quello dello sviluppo delle piattaforme.
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