Europa in ritardo
Il piano di Lisbona, o i2010, sancisce le linee guida per lo sviluppo e la
crescita dell'ICT nel Vecchio Continente. Ma a soli quattro anni dal traguardo temporale, quello degli obiettivi è
ancora molto più distante.
La Commissione Europea ha stilato la prima relazione annuale sui progressi compiuti dagli stati membri dell'UE
nell'ambito dell'iniziativa i2010, ossia la parte della strategia comunitaria di Lisbona per la crescita e l'occupazione
dedicata all'economia digitale. La valutazione della Commissione, pur riconoscendo risultati positivi nel settore,
evidenzia anche gli aspetti di criticità che sono emersi lungo la strada della piena attuazione del Piano di
Lisbona: i 25 Stati dell'UE devono elaborare piani più ambiziosi per sfruttare le tecnologie dell'informazione e
delle comunicazioni (ICT) in modo da poterne ricavare un risultato vantaggioso ed essere competitivi con le altre aree
evolute del mondo. Qualità e quantità: su entrambi i fronti è richiesto un maggior impegno. Quali
sono i punti da sviluppare per primi? Migliorare e facilitare l'accesso alle connessioni Internet in banda larga, rendere
più accessibili a tutti e agevolare la circolazione dei contenuti digitali, liberare lo spettro radio per nuove
applicazioni, sostenere e integrare la ricerca e l'innovazione, rendere più moderni i servizi pubblici. Il lavoro
è ancora tanto.
Che cos'è il piano di Lisbona
Il Piano di Lisbona fu ideato nel 2000, durante una riunione del Consiglio europeo tenuto nella capitale lusitana: in
quella sede, venne individuato nella costruzione della più avanzata società basata sulla conoscenza e
l'innovazione tecnologica il fondamento della strategia di sviluppo dell'Unione Europea. Ai singoli Paesi membri fu
affidato il compito di renderlo pienamente effettivo entro il 2010. L'attuazione del programma i2010, prevedeva una
verifica a metà percorso: il Consiglio europeo, nel giugno 2005, ha espresso insoddisfazione per i risultati
raggiunti fino ad allora e deciso un rilancio della Strategia di Lisbona migliorando le procedure di esecuzione e
coinvolgendo più direttamente la Commissione nel perseguimento dell'obiettivo.
Tre fasi per il rilancio
Quest'ultima propose tre priorità per le politiche europee della società dell'informazione e dei media:
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creare uno spazio unico europeo dell'informazione capace
di accogliere un mercato interno aperto e competitivo per la società dell'informazione e i media; |
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rafforzare l'innovazione e gli investimenti nella ricerca
sulle ITC per promuovere la crescita e la creazione di posti di lavoro più numerosi e di migliore
qualità; |
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costruire una società europea dell'informazione
basata sull'inclusione e la collaborazione, capace di stimolare la crescita e l'occupazione in modo coerente con
lo sviluppo sostenibile e che dia priorità al miglioramento dei servizi pubblici e alla qualità
della vita. |
Tra i primi obiettivi da raggiungere, in pratica, ci sono l'aumento della velocità dei servizi in banda larga,
l'incremento della ricchezza dei contenuti, il miglioramento dell'interoperabilità, la sicurezza in Internet.
Ciascuno dei 25 Paesi membri era quindi stato invitato a presentare un proprio piano di attuazione in cui si tenesse
conto delle particolarità economiche, culturali e sociali delle singole nazioni e delle 24 linee-guida elaborate
dagli organi dell'Unione.
Il piano in Italia
Anche il nostro Paese ha elaborato il proprio Piano (PICO), nel quale si presenta una foto veritiera della realtà
economica italiana, fortemente caratterizzata dalla PMI a conduzione familiare in grado di offrire prodotti di elevata
qualità, ma con sistemi produttivi molto tradizionali e poco aperti all'innovazione tecnologica, vulnerabile alla
contraffazione e legata a dualismi territoriali e settoriali. Il Piano prevedeva tutta una serie di interventi volti ad
una maggiore liberalizzazione dell'offerta in un'ottica di competitività internazionale, una minore pressione
legislativa (non tanto deregulation, ma better regulation) per favorire gli investimenti in innovazione e
sviluppo, una migliore risposta della Pubblica Amministrazione ai cittadini e alle imprese, la piena valorizzazione del
capitale umano tramite una formazione e istruzione migliori.
Risultati insoddisfacenti
A un anno di distanza, i risultati ottenuti dai 25 Paesi dell'UE sono piuttosto deludenti: secondo la Commissione, questi
non hanno saputo rispondere nella realtà alle attese. Mentre si registrano i primi segnali incoraggianti della
politica della UE nel promuovere la competizione e gli investimenti sul mercato delle telecomunicazioni, è
preoccupante che nella ricerca ICT l'Europa continui a star dietro ai suoi concorrenti investendo appena la metà
degli Stati Uniti. Attualmente, l'ICT contribuisce meno alla crescita di produttività europea di quanto non
facesse 10 anni fa.
A livello di mercato, la Commissione nota comunque che il settore ICT è costantemente in crescita, sopra la media,
e che è ancora il settore in cui si investe di più in innovazione e ricerca. Secondo la Commissione,
sebbene si utilizzi in misura crescente l'ICT, i programmi dei singoli Paesi non riescono a dare un nuovo impeto alle
politiche della società dell'informazione o a coprire driver di crescita come la convergenza di reti digitali,
contenuti e dispositivi. Buoni risultati, però, sono stati ottenuti soprattutto nella banda larga, dove una
crescita del 60%, ha prodotto una copertura a 60 milioni di utenze, circa il 13% dell'intera popolazione
dell'UE. La Commissione elogiando la nascita del triple-play ed i nuovi prodotti nati dalle varie telecom europee, nel
contempo rileva una situazione molto disomogenea a livello dei singoli Paesi membri.
La posizione dell'Italia in Europa
Questo sviluppo disarmonico pone l'Italia in una posizione di rincalzo nella classifica del settore, e la crescita
registrata non colma il divario accumulato nel tempo a causa di una difficile situazione di mercato interno. Dallo studio
emerge che in Italia la penetrazione della banda larga è pari all'11,8%, contro il 12,8% medio
dell'Europa a 25. Maglia nera risulta essere la Grecia con solo l'1,4% mentre in Olanda la broadband è
presente nel 25,2% del mercato, contro il 16,5% della Gran Bretagna e il 16,4% della Francia. I risultati
dell'Italia, nel complesso, non soddisfano molto la Commissione: pur riconoscendo che ci sono state altre priorità,
viene richiesto al nostro Paese un maggiore investimento in Itc, sostenuto anche con politiche di incentivazione che il
nuovo governo dovrebbe realizzare. In realtà, questo discorso è valido anche per tutti gli altri Paesi
europei: l'invito rivolto a tutti i leader dell'UE è di dare il massimo impulso alla realizzazione di programmi
nazionali più coraggiosi per stimolare la concorrenza internazionale nel campo delle telecomunicazioni e superare
il digital divide. Solo così l'obiettivo 2010 potrà veramente essere più vicino.
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