I danni delle e-mail spazzatura
Che sia una piaga per Internet è ormai assodato. Meno chiari sono gli effetti e i costi
dello spam. E non manca qualche sorpresa.
Abbiamo avuto modo più volte di parlare del fenomeno spam. Un'invasione di spazzatura via e-mail. Se la diffusione dei virus per
e-mail è ancora nell'ordine di 1 ogni 60 messaggi di posta, lo spam invece è nell'ordine di 50 su 60 messaggi di posta.
Un'impressionante mole di messaggi inutili, che intasano le e-mail degli utenti e producono soltanto caos. Ma aldilà di queste
considerazioni banali, quale impatto reale hanno sull'economia delle aziende e qual è la percezione degli Internet user?
Campioni di spam
Nelle classifiche mondiali dei Paesi a più alto tasso di spam, ossia i Paesi a cui sono riconducibili gli Ip di partenza dei messaggi
spam, le prime tre posizioni sono salde. Stati Uniti, Cina e Sud Corea sono sul podio. Mentre non tutte le casistiche concordano sulla
seconda e terza piazza, al primo posto assoluto sono gli USA, che evidentemente non hanno tratto alcun beneficio dalla legge anti-spam
voluta da Bush.
La portata
Nel mese di gennaio 2005, secondo la società specializzata
Postini lo spam ha rappresentato il 79% circa di tutte le e-mail
veicolate nel mondo. Se a questo si aggiungono i messaggi portatori di virus arriviamo a un 88% di posta elettronica maligna, fatta di
spazzatura e worm. Dati impressionanti. Il picco di spam, lo scorso anno, si è registrato il 13 dicembre con 1 milione e 657 mila
messaggi, secondo i dati di CommTouch. Il periodo delle
festività natalizie è quello più forte per lo spam, favorito dall'incremento naturale di traffico e dalla
propensione agli acquisti natalizi dei consumatori.
I costi
Tutto questo ha un costo reale. Infatti, in termini di spam si parla quasi sempre di fastidio e di perdita di tempo. Qualcuno, però,
ha cercato di quantificare questi danni. Secondo uno studio condotto dallo
Stanford Institute for the Quantitative Study of Society (SIQQS)
gli utenti Internet americani dedicano al trattamento dello spam almeno cinque minuti per ogni ora di collegamento Web. Se per gli utenti
privati è una grande scocciatura, tutto ciò si traduce in un danno economico per chi lavora utilizzando Internet. A livello
aziendale, nel caso di impiegati full-time, si può approssimare in circa due settimane piene il tempo/anno trascorso a cancellare
e-mail indesiderate. Questo, in accordo con i calcoli di
Nucleus Research, significa che lo smaltimento di circa
7.500 e-mail indesiderate l'anno genera una spesa inutile di circa 2.000 dollari l'anno per impiegato. A conferma di questi numeri,
l'Università del Maryland ha condotto un sondaggio telefonico
dal quale risulta che più del 75% del campione riceve quotidianamente dello spam. In media, si tratta di 18,5 messaggi al giorno
a testa, la cui eliminazione occupa circa tre minuti al giorno. Le società americane, quindi, avrebbero complessivamente una perdita
quantificabile in circa 22 miliardi di dollari l'anno. È evidente che tutti questi calcoli rimangono puramente teorici (nel tempo di
eliminazione dello spam ci può stare anche la pausa caffè, per esempio), ma danno comunque l'idea delle dimensioni del
fenomeno e dei suoi, almeno ipotetici, danni.
Gli effetti
Se i danni patrimoniali sono teorici, come detto, ben più gravi e reali risultano i danni, per così dire, collaterali.
L'invasione dello spam provoca un cambiamento nell'atteggiamento degli utenti Internet, e un calo di fiducia verso il mezzo e in particolare
verso l'e-commerce. Come abbiamo già avuto modo di dire,
la percezione degli utenti verso le e-mail commerciali e il marketing mail è fortemente negativo: la stragrande maggioranza degli
utenti tende ormai a confondere spam e e-mail autorizzate. Secondo un recentissimo sondaggio condotto da
Osterman Research, il 44% degli utenti Internet
americani ha ridotto il proprio uso dell'e-mail e di Internet negli ultimi 12 mesi proprio a causa dell'invasione dello spam. La colpa? Gli
utenti intervistati non hanno dubbi: ben l'80% di loro ritiene che la responsabilità sia delle società che vendono
attraverso Internet.
Le contromisure
Sempre secondo quel sondaggio, gli utenti non credono molto all'impegno di ISP e aziende di e-commerce nel volere fermare lo spam. I
provider si impegnano solo per il 26% degli intervistati, le aziende di e-commerce solo per l'11% degli utenti. D'altra parte, con
possibilità di risposta multipla, più del 70% del campione si è espresso per una responsabilità propria e
personale nell'adottare soluzioni contro lo spam. Il 62% ritiene che lo debbano fare le aziende in cui lavorano. Ancora abbastanza alta
la fiducia negli enti pubblici: per il 45% è il governo centrale a dover trovare le contromisure necessarie, per il 32% le
amministrazioni locali.
Soluzioni difficili
In realtà, i governi hanno le mani legate. Ovunque si siano adottate leggi anti-spam, l'effetto che si è ricavato finora,
anche a distanza di anni, è minimo. Il motivo dell'inefficacia è duplice. La tecnologia Internet attuale permette agli spammer
una sostanziale impunità perché consente loro di mantenere l'anonimato. Con investigazioni complesse si può risalire
agli autori, ma chi si prenderebbe la briga di investire uomini e risorse investigative per scovare i mandanti dell'ultimo messaggio sul
Viagra? Inoltre, l'assenza di una legislazione comune di livello internazionale offre grandi possibilità agli spammer di giocare ai
confini della legge. La combinazione di questi due fattori, affossa ogni speranza di intralciare lo spam alla fonte. Chi può fare
qualcosa, quindi è il mondo dei provider. La recente alleanza antispam tra i più grandi del mondo (Microsoft, Yahoo! e Aol in
testa) lascia sperare che qualcosa possa cambiare. Intanto, agli utenti non rimane che utilizzare tutte le funzioni antispam offerte dai
software di posta elettronica, dai filtri ai blocchi.
Le aziende di e-commerce
Tra chi potrebbe fare qualcosa contro lo spam non abbiamo citato le aziende che fanno e-commerce. Il motivo è la difficoltà
di capire che cosa possano fare concretamente. Aldilà di promuovere e incentivare comportamenti leali e corretti, di fare
informazione presso gli utenti o di collaborare con gli ISP, il loro ruolo sembra marginale. Non si è ancora arrivati a proporre
formule certificate di e-mail commerciali (sullo stile dei famosi e famigerati bollini rossi o verdi che ormai imperversano ovunque), ma
anche in questo caso i dubbi resterebbero elevati: Chi certifica? Con quali costi? Che cosa si certifica, vista la disparità di
norme al riguardo? Dunque, ad avere i danni peggiori dallo spam è tutto il sistema e-commerce, che vede calare la fiducia degli
utenti/consumatori e fatica a imporsi come mezzo sicuro e corretto di acquisto. Ma anche questo è vero oppure no?
I paradossi dello spam
Lo stesso sondaggio già citato dell'Università del Maryland,
infatti, regala anche qualche sorpresa. Tra gli utenti Internet aziendali che ricevono lo spam, ben il 14% dichiara di leggere i
messaggi spam ricevuti e addirittura il 4% ammette di aver comprato articoli pubblicizzati dallo spam. Allora, l'antispam è una
battaglia morale condotta da pochi? Forse sì, ma se è così, sicuramente si tratta di un errore. Infatti, nonostante il
ritorno, per così dire, dello spam sia molto elevato, quello che non si dice è quanto si perde. Per 4 utenti ogni cento che
acquistano, quanti sono gli utenti che perdono fiducia nell'e-commerce e nei prodotti reclamizzati dallo spam? Quale è il danno
complessivo di immagine al sistema dell'e-commerce? Pur mancando dati in questo senso, l'impressione netta è che sia elevatissimo.
Lo spam è uno dei principali ostacoli alla diffusione dell'e-commerce, perché mina le basi di fiducia necessarie tra venditore
e acquirente e crea incertezza rispetto alla credibilità delle aziende.
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