Vietato spiare in azienda
Il Garante della Privacy frena le aziende: vietato spiare la navigazione dei
dipendenti. Tra leggi consolidate e nuove tendenze, rimane il caposaldo della tutela della privacy.
Un recente sondaggio ha evidenziato che più di un terzo dei dipendenti italiani viaggia in Rete durante l'orario
d'ufficio per scopi personali. Dalle news ai blog, dalle chat allo shopping online, per non parlare della navigazione
casuale, le opportunità che offre Internet sono infinite per chi vuole una pausa nella routine delle otto ore di
lavoro. Ma quando una società nega espressamente al proprio dipendente la possibilità di navigare in Rete
per scopi personali, e il dipendente infrange le regole imposte, può nascere un contenzioso che rischia di
portare al licenziamento. Tra le aziende, sono sempre più diffuse le pratiche di monitoraggio sull'uso del
computer e di Internet da parte dei dipendenti. Ma spesso sono illegali.
Vietato spiare
Su questo tema caldo si è espresso il
Garante per la privacy, intervenendo in
merito a una causa di lavoro intentata da un dipendente licenziato perché scoperto a navigare in Internet durante
l'orario di lavoro. La decisione dell'Authority è destinata a far discutere e condizionerà notevolmente le
attività di monitoraggio interno delle imprese italiane, compresa la pubblica amministrazione. In sostanza, il
datore di lavoro non può verificare analiticamente la navigazione Web del dipendente per ricavare informazioni su
quali siti e servizi abbia visitato.
La vicenda
La controversia vedeva schierati da una parte una società romana e dall'altra un suo dipendente che, pur non
essendo autorizzato, si era connesso alla Rete da un computer aziendale. Il datore di lavoro, dopo aver monitorato i
dati del computer, aveva accusato il lavoratore di aver visionato siti a contenuto religioso, politico e pornografico.
Ne aveva anche fornito l'elenco dettagliato, per dimostrare la violazione del codice regolamentare e della politica
aziendale. In seguito al procedimento disciplinare il dipendente è stato poi licenziato. Da qui, l'impugnazione
da parte del dipendente del provvedimento e la conseguente causa.
Eccesso di controllo
Il monitoraggio condotto dall'azienda costituisce un illecito, secondo il Garante: per contestare l'uso indebito del
computer aziendale, si legge nel provvedimento dell'Authority, sarebbe stato sufficiente verificare gli avvenuti accessi
a Internet e i tempi di connessione, senza indagare sui contenuti dei siti. Insomma, altri tipi di controlli sarebbero
stati più idonei e proporzionati per verificare il comportamento del dipendente. È stato giudicato
altrettanto illecito anche il trattamento dei dati relativi allo stato di salute e alla vita sessuale: secondo il codice
di tutela della privacy, infatti, questo tipo di trattamento può essere effettuato senza il consenso
dell'interessato in casi molto rari, solo se necessario per difendere in giudizio un diritto della personalità o
un altro diritto fondamentale. La società in questo caso intendeva invece far valere diritti legati allo
svolgimento del rapporto di lavoro.
I dati sensibili
A portare l'Authority a esprimersi in favore del dipendente è stata la raccolta di dati sensibili: le numerose
pagine dei file temporanei e di cookies allegati dalla società alla documentazione a sostegno del licenziamento.
Da questi fogli, stampati dalla directory intestata al lavoratore e relativi ad accessi Web avvenuti dalla sua postazione
durante l'orario di lavoro, emergevano anche numerose informazioni particolarmente delicate e strettamente personali: la
società non poteva raccoglierle senza aver prima informato il lavoratore. Questo aspetto è molto importante,
perché le motivazioni del pronunciamento sarebbero da attribuire non solo a un trattamento di dati eccessivo
rispetto agli obiettivi prefissati, ma anche a una mancata comunicazione aziendale del monitoraggio del traffico e della
Rete interna, effettuata senza l'assenso del dipendente, anzi senza neppure informarlo. Da un punto di vista
tecnico-giuridico, l'intercettazione dei dati relativi alla navigazione in Rete dei dipendenti è stato messo allo
stesso livello del trattamento di dati sensibili, ovvero a informazioni idonee a rivelare convinzioni religiose, opinioni
sindacali, nonché gusti attinenti alla vita sessuale.
Un freno ai controlli
Il provvedimento dell'Authority sulla privacy pone un brusco freno alle pratiche interne alle aziende: spiare l'utilizzo
dei computer e la navigazione in Rete da parte dei lavoratori mette a rischio la libertà e la segretezza delle
comunicazioni e le garanzie previste dallo Statuto dei lavoratori. Il semplice rilevamento dei siti visitati, infatti,
può rendere noti dati delicatissimi della persona: convinzioni religiose, opinioni politiche, appartenenza a
partiti, sindacati o associazioni, stato di salute, indicazioni sulla vita sessuale e altri, che potrebbero poi essere
utilizzati per discriminare il soggetto interessato. La sentenza ribadisce e tutela un principio sacrosanto: il diritto
da parte del navigatore della Rete di poter frequentare il Web nella massima libertà e riservatezza, contro ogni
tentativo di controllo della navigazione personale.
La trasformazione del lavoro
D'altra parte bisogna riconoscere come lo statuto dei lavoratori sia uno strumento che non è in grado di
rispondere ai nuovi problemi che le tecnologie hanno portato nel mondo del lavoro. Le questioni che ormai da qualche
anno sono dibattute sull'uso di Internet dalle postazioni di lavoro, domani si rifletteranno anche nell'uso dei cellulari
di nuova generazione e nella disponibilità della Tv mobile. Quello che è certo è il grande
cambiamento avvenuto nelle modalità di lavoro dei dipendenti. E il problema più serio non è tanto
quello della navigazione esterna, quanto quello della navigazione interna all'azienda. Infatti, ormai tutte le aziende
dotate di Intranet possiedono aree particolarmente sensibili nelle quali non è opportuno che tutti i dipendenti
possano entrare e modificare dati.
Le risposte a disposizione
A queste sfide, in parte, una risposta può essere data da alcuni strumenti come i firewall, che opportunamente
configurati impediscono, in modo del tutto legale, l'accesso ad alcune aree interne e ad alcuni siti esterni. Ma la
risposta vera avviene in un cambio di mentalità totale delle aziende, sia tra i vertici sia tra i lavoratori. Il
valore del lavoro è spostato dal concetto di orario al concetto di produttività. In questo senso, la
navigazione su Internet non è un problema, se non pregiudica la produttività. Questo approccio,
però, prevede un cambio di mentalità che può avvenire soltanto con un approccio culturale diverso
al lavoro, con la formazione continua, con l'affermarsi di una politica aziendale incentrata sulla collaborazione e la
crescita interna.
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