L'Italia si muove
Tra la fine dello scorso anno e l'inizio del nuovo, il legislatore italiano ha
compiuto due importanti passi sul tema della net neutrality e della censura: tra favorevoli e contrari, il dibattito torna
ad accendersi.
Due notizie hanno messo in fermento il mondo dei provider italiani, rilanciando la discussione su temi quali la net
neutrality e la censura sul web: si tratta del nuovo contratto di servizio della RAI, che finalmente dedica una consistente
(e rivoluzionaria per l'Italia) parte al mondo di Internet, e del decreto Gentiloni, che prevede l'oscuramento dei siti
pedopornografici.
RAI: tutto sul Web
Il nuovo contratto di servizio della RAI, firmato ad inizio dicembre 2006 e valido per il triennio 2007-2009, introduce la
possibilità per l'azienda di Viale Mazzini di rendere disponibili gratuitamente, sotto licenza Creative Commons, i
propri contenuti online: si tratta di un'importante e, per alcuni versi, inattesa accelerazione lungo la strada tortuosa
della net neutrality della Rete.
Principio trascurato
A parole, sul tema della net neutrality tutti gli operatori sono d'accordo. Più di una volta, però, il
concetto è stato disatteso a vantaggio di accordi economici. Il legislatore, in tema di pluralismo dell'informazione,
ne aveva richiamato più volte la centralità, senza tuttavia dare seguito agli intenti. Ora è diventato
finalmente parte integrante di un documento ufficiale, e rappresenta un primo importante riconoscimento pratico del
principio della neutralità della rete.
I dettagli
Nell'articolo 6 del nuovo contratto di servizio RAI, infatti, si afferma che l'offerta di contenuti multimediali e la loro
fruibilità deve essere svincolata da qualsiasi rapporto con l'operatore di telecomunicazioni che si occupa di dare
accesso o trasporto a quegli stessi contenuti. In sostanza, tutti gli utenti che si collegano ad Internet dal territorio
nazionale avranno libero accesso a tutti i contenuti radiotelevisivi prodotti dalla emittente pubblica sul portale,
indipendentemente dal tipo di accesso che utilizzano.
La libera circolazione dei contenuti
La RAI, inoltre, si impegna a promuovere la diffusione dei suoi contenuti nelle diverse piattaforme distributive (Digitale
terrestre, Satellite, IPTV, Internet e Mobile), con una particolare attenzione verso la Rete, cui sarà destinata una
quota crescente di risorse finanziarie in grado di garantire un'offerta di contenuti specifica, spazi ad hoc per gli utenti
e alcuni servizi innovativi, tra i quali la possibilità di ridistribuzione del contenuto sotto licenza Creative
Commons. Questo significa che i siti Web nazionali potranno distribuire i contenuti presenti su Rai.it nei limiti della
propria disponibilità dei diritti su tali contenuti.
Internet protagonista
Infine, nel nuovo contratto di servizio si indica la possibilità di negoziare l'acquisizione dei diritti per la
diffusione su Web di tutti i contenuti trasmessi nell'ambito dell'offerta radiotelevisiva: a tale proposito, l'azienda
si impegna a destinare non meno del 7% di tutte le risorse finanziarie. La RAI, in questo modo, si allinea alla
filosofia dell'inglese BBC, che da tempo permette agli utenti l'accesso al suo importantissimo archivio multimediale.
Le misure contro la pedopornografia
Tutt'altro tema tratta il cosiddetto decreto Gentiloni, firmato a inizio anno, con lo scopo di intensificare la lotta alla
pedopornografia in Rete. Il decreto è stato concepito per dare una spallata allo sfruttamento in Internet della
pornografia infantile. Con questo decreto si obbligano gli Internet provider a bloccare l'accesso ai siti che diffondano,
distribuiscano o facciano commercio di immagini pedopornografiche entro 6 ore dalle segnalazioni che giungeranno loro
secondo una procedura che sarà attivata dal Ministero, in collaborazione con la Polizia Postale e delle
Comunicazioni.
L'Italia come il Regno Unito
La maggiore novità del testo, che avvicina il nostro Paese alle procedure in essere nel solo Regno Unito in Europa,
consiste nell'obbligare i Provider a dotarsi di sistemi di filtraggio della navigazione. Il decreto entrerà in
vigore ai primi di marzo e i provider entro quella data dovranno mettere in atto i sistemi tecnici adatti a garantire il
filtering. A stabilire quali siti dovranno essere bloccati sarà il Centro nazionale per il contrasto della
pedopornografia, organismo coordinato dalla Polizia Postale e già previsto dalla legge in materia del 1998, ma
finora mai realizzato. Il Centro manterrà aggiornata la lista dei siti vietati e la trasmetterà ai
responsabili incaricati presso i singoli provider. A cadenza semestrale, sarà fatta una verifica dello stato della
censura per valutare gli obiettivi raggiunti.
Le difficoltà pratiche
L'intento della legge è ottimo, e su questo non si può che concordare. Ma il legislatore sembra non aver
considerato a fondo la realtà del Web. Il blocco dei siti potrà essere effettuato a livello di nome
di dominio o di indirizzo IP, secondo la segnalazione. Ma il blocco dell'IP potrebbe causare l'oscuramento di molti siti
perfettamente leciti, collegati loro malgrado a quello oggetto della censura. O ancora, come comportarsi di fronte a
indirizzi con IP dinamico?
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