diritto - Gennaio 2007 - Net neutrality

L'Italia si muove


Tra la fine dello scorso anno e l'inizio del nuovo, il legislatore italiano ha compiuto due importanti passi sul tema della net neutrality e della censura: tra favorevoli e contrari, il dibattito torna ad accendersi.


Due notizie hanno messo in fermento il mondo dei provider italiani, rilanciando la discussione su temi quali la net neutrality e la censura sul web: si tratta del nuovo contratto di servizio della RAI, che finalmente dedica una consistente (e rivoluzionaria per l'Italia) parte al mondo di Internet, e del decreto Gentiloni, che prevede l'oscuramento dei siti pedopornografici.

RAI: tutto sul Web

Il nuovo contratto di servizio della RAI, firmato ad inizio dicembre 2006 e valido per il triennio 2007-2009, introduce la possibilità per l'azienda di Viale Mazzini di rendere disponibili gratuitamente, sotto licenza Creative Commons, i propri contenuti online: si tratta di un'importante e, per alcuni versi, inattesa accelerazione lungo la strada tortuosa della net neutrality della Rete.

Principio trascurato

A parole, sul tema della net neutrality tutti gli operatori sono d'accordo. Più di una volta, però, il concetto è stato disatteso a vantaggio di accordi economici. Il legislatore, in tema di pluralismo dell'informazione, ne aveva richiamato più volte la centralità, senza tuttavia dare seguito agli intenti. Ora è diventato finalmente parte integrante di un documento ufficiale, e rappresenta un primo importante riconoscimento pratico del principio della neutralità della rete.

I dettagli

Nell'articolo 6 del nuovo contratto di servizio RAI, infatti, si afferma che l'offerta di contenuti multimediali e la loro fruibilità deve essere svincolata da qualsiasi rapporto con l'operatore di telecomunicazioni che si occupa di dare accesso o trasporto a quegli stessi contenuti. In sostanza, tutti gli utenti che si collegano ad Internet dal territorio nazionale avranno libero accesso a tutti i contenuti radiotelevisivi prodotti dalla emittente pubblica sul portale, indipendentemente dal tipo di accesso che utilizzano.

La libera circolazione dei contenuti

La RAI, inoltre, si impegna a promuovere la diffusione dei suoi contenuti nelle diverse piattaforme distributive (Digitale terrestre, Satellite, IPTV, Internet e Mobile), con una particolare attenzione verso la Rete, cui sarà destinata una quota crescente di risorse finanziarie in grado di garantire un'offerta di contenuti specifica, spazi ad hoc per gli utenti e alcuni servizi innovativi, tra i quali la possibilità di ridistribuzione del contenuto sotto licenza Creative Commons. Questo significa che i siti Web nazionali potranno distribuire i contenuti presenti su Rai.it nei limiti della propria disponibilità dei diritti su tali contenuti.

Internet protagonista

Infine, nel nuovo contratto di servizio si indica la possibilità di negoziare l'acquisizione dei diritti per la diffusione su Web di tutti i contenuti trasmessi nell'ambito dell'offerta radiotelevisiva: a tale proposito, l'azienda si impegna a destinare non meno del 7% di tutte le risorse finanziarie. La RAI, in questo modo, si allinea alla filosofia dell'inglese BBC, che da tempo permette agli utenti l'accesso al suo importantissimo archivio multimediale.

Le misure contro la pedopornografia

Tutt'altro tema tratta il cosiddetto decreto Gentiloni, firmato a inizio anno, con lo scopo di intensificare la lotta alla pedopornografia in Rete. Il decreto è stato concepito per dare una spallata allo sfruttamento in Internet della pornografia infantile. Con questo decreto si obbligano gli Internet provider a bloccare l'accesso ai siti che diffondano, distribuiscano o facciano commercio di immagini pedopornografiche entro 6 ore dalle segnalazioni che giungeranno loro secondo una procedura che sarà attivata dal Ministero, in collaborazione con la Polizia Postale e delle Comunicazioni.

L'Italia come il Regno Unito

La maggiore novità del testo, che avvicina il nostro Paese alle procedure in essere nel solo Regno Unito in Europa, consiste nell'obbligare i Provider a dotarsi di sistemi di filtraggio della navigazione. Il decreto entrerà in vigore ai primi di marzo e i provider entro quella data dovranno mettere in atto i sistemi tecnici adatti a garantire il filtering. A stabilire quali siti dovranno essere bloccati sarà il Centro nazionale per il contrasto della pedopornografia, organismo coordinato dalla Polizia Postale e già previsto dalla legge in materia del 1998, ma finora mai realizzato. Il Centro manterrà aggiornata la lista dei siti vietati e la trasmetterà ai responsabili incaricati presso i singoli provider. A cadenza semestrale, sarà fatta una verifica dello stato della censura per valutare gli obiettivi raggiunti.

Le difficoltà pratiche

L'intento della legge è ottimo, e su questo non si può che concordare. Ma il legislatore sembra non aver considerato a fondo la realtà del Web. Il blocco dei siti potrà essere effettuato a livello di nome di dominio o di indirizzo IP, secondo la segnalazione. Ma il blocco dell'IP potrebbe causare l'oscuramento di molti siti perfettamente leciti, collegati loro malgrado a quello oggetto della censura. O ancora, come comportarsi di fronte a indirizzi con IP dinamico?
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